"CHI RICORDA AUSCHWITZ NON DIMENTICA MAI"

Le parole di Liliana Segre, testimone dell’orrore della Shoah e sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz, sono state recitate questa mattina dagli studenti Martina Maroni, Zoe Marsili e Alex Ponzanetti (Redazione Blog), in filodiffusione, affinché il messaggio giungesse, con tutta la sua forza, all’intera comunità scolastica dell’Istituto Capriotti, risuonando all’interno di ogni aula e corridoio.
Portati alla stazione centrale, nei sotterranei erano preparati dei vagoni: a calci e pugni fummo caricati dalle SS e dai loro servi. Come si sta dentro un vagone? Il viaggio è un momento importantissimo – chiave della prigionia; il viaggio durò una settimana; eravamo sprangati dentro un vagone dove non c’era niente, con un secchio per i nostri bisogni, che ben presto si riempì; non c’era luce, non c’era acqua, c’eravamo solo noi con la nostra umanità dolente. Io, insieme agli altri, vissi tre fasi: la fase del pianto; la seconda fase, quella surreale: gli uomini pii si riunivano al centro del vagone pregavano e lodavano Dio; era un momento di tensione fortissima che ci teneva uniti, mentre altri uomini ci portavano a morire. La terza fase è quella del silenzio: persone coscienti che andavano a morire; noi lo sentivamo che sarebbe stato così. Non c’era più niente da dire. Gli occhi che comunicavano al vicino: “Sono qui con te, ti voglio bene!”, ma non c’era più niente da dire, non c’era più bisogno di parlare. Furono gli ultimi miei giorni con mio padre, e devo dire che la fase del silenzio è quella che è stata di massima trasmissione tra noi; poi a questo silenzio così importante, c’è quel rumore osceno e assordante degli assassini intorno a noi, quando arrivati a quella stazione preparata per noi, dai nostri assassini, già da anni, Birkenau – Auschwitz: la porta si aprì e con grande violenza fummo tirati fuori tutti. C’era una folla immensa: scendevamo dai vagoni, smarriti, non sapevamo cosa fare, perché c’erano le SS con i loro cani, i prigionieri adibiti a dividerci, ad ammucchiare i nostri bagagli; le SS con i loro occhi gelidi e i loro sorrisini (straordinari i loro sorrisini), avevano un ghigno con il quale ci dicevano: “State calmi, calmi, adesso vi dobbiamo solo registrare e poi le famiglie saranno riunite”. Le donne con i bambini da una parte, e gli uomini dall’altra. Lasciai per sempre la mano di mio padre e non lo rividi mai più, e fui messa in fila con le altre donne… Io, con le altre donne, fui avviata a piedi nella sezione femminile del campo di concentramento di Birkenau ad Auschwitz: una città immensa dove c’erano 60.000 donne di tutte le nazionalità, era una babele di linguaggi, in quanto c’erano le polacche, le ungheresi, le cecoslovacche, le greche, le francesi, olandesi, le belghe, pochissime italiane… Fummo denudate, ci portarono via tutto, della nostra vita precedente non ci rimase nulla; lì venivamo rasate dappertutto sempre davanti ai soldati sghignazzanti e poi ci tatuarono un numero: il mio è 75190 e io lo porto con grandissimo onore perché è una vergogna per chi lo ha fatto… Mentre in quel momento con quel numero volevano sostituire la nostra identità di persone e farci diventare dei numeri, sono riusciti a far sì che questo numero sia così profondamente inciso nella nostra carne da essere diventato simbolo di noi stessi: noi siamo essenzialmente quel numero, perché chi ricorda Auschwitz perché c’è stato, non dimentica mai.
Indispensabile, dunque, il ruolo del ricordo, sottolineato anche dalle altre iniziative proposte oggi dai docenti agli alunni dell'IstitutoTecnicodelsettoreEconomico e del Liceo Linguistico, dalla visita virtuale guidata dei campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, promossa dal MIM, all'approfondimento sul campo di prigionia e sulla Casa della Memoria di Servigliano, alla lettura di passi scelti tratti dalle opere di Primo Levi e Hannah Arendt, all'analisi dei punti del Manifesto della comunicazione non ostile riconducibili alla Shoah, alla rassegna stampa odierna.
Proprio per questo motivo oggi, 27 gennaio, si celebra la Giornata della Memoria, per non dimenticare le persecuzioni e lo sterminio subiti dal popolo ebraico e da tutti i deportati nei campi nazisti. La data è quella in cui, nello stesso giorno del 1945, l’Armata Rossa liberò il campo di concentramento di Auschwitz: 2 500 000 vittime uccise con il gas e 500 000 esseri umani morti in seguito ai lavori forzati.
Nel 2000 l’Italia, con la legge n. 211, ha istituito il Giorno della Memoria, “al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte”.
Ricordare, infatti, è un monito contro ogni odio razziale, etnico e religioso, è un dovere nei confronti di un popolo vittima di un folle progetto di sterminio, è un obbligo nei confronti delle nuove generazioni, affinché non siano indifferenti e non permettano che un simile orrore possa accadere nuovamente, perché senza memoria del passato non può esserci speranza per il futuro.
